giovedì 15 novembre 2012

14 N



Così sono sceso in strada, questa volta non mi sento straniero, sia perché sono passati quattro anni e questa città la sento un po mia, sia perché in quasi tutta Europa si manifesta. Non vado  in cerca di fotografie da reportage giornalistico, voglio annusare la gente, capire che clima si respira.


Ci sono gli attivisti, il cielo li benedica, pronti a rispondere alle tue domande, dovrebbero essercene sempre di più, ci sono le forze dell'ordine quelli che chiudono le strade, deviano automobilisti, danno indicazione alla gente, fanno un buon lavoro, sembrano pure contenti. Ci sono i fotografi, cioè tutti, ma sono di due categorie, quelli col cellulare, e i fotografi antisommossa, con il caschetto e due macchinoni fotografici a testa, pronti per andare in mezzo a qualche carica della polizia, uno di loro mi racconta, con aria divertita, che è la terza manifestazione che si fa, mi spiega che il corteo si muoverà per la via principale ma è nelle strade laterali che ci sarà casino. Suerte gli dico, spengo la mia macchina fotografica.


Il rito si consuma brevemente, il corteo pacifico avanza con i suoi slogan, mentre da qualche altra parte i cassonetti della spazzatura bruciano, qualche manganello si sporca di sangue, tutto per il telegiornale della sera, e le prime pagine dei quotidiani di domani.
No, non sto dicendo che manifestare è inutile, sto dicendo che la rabbia, la cristo di rabbia, non si può inscatolare in un format, un carosello, una farsa monotona con le parti prestabilite.

Riesco quasi a sentire le grasse risate  di quelli che permettono di sentirci liberi dentro al recinto.